Orlando – Questo non è un articolo di cronaca ma un flusso di pensiero

0

Questo articolo vuole essere solo un flusso di pensiero e in quanto tale non necessariamente condivisibile, sempre per la regola della libertà di pensiero finché non si limita né ferisce quella altrui.

La strage di Orlando è “solo” la cresta di un iceberg profondo migliaia di vite, alla punta del quale ci siamo noi che abbiamo sempre la sensazione di combattere contro mulini a vento, un iceberg che affonda ancora un po’ quando il ricordo si affievolisce… quantomeno fino alla prossima sparatoria, fino alla prossima violenza, fino alle prossime umiliazioni, “semplici” (a detta di molti) umiliazioni, umiliazioni che si tramutano spesso in vite perdute (e badate bene non dirò prematuramente perché non esistono morti premature o meno – quando si muore per bullismo o per omofobia non esiste età che tenga – il dramma è dramma sempre – mettiamocelo in testa); siano esse morti portate a compimento per mano di omicida senza remora; siano sempre loro, le morti, aggrovigliate ad un cappio troppo stretto o scaraventate in un salto nel vuoto, troppo profondo, per risuonare nella coscienza di chi dovrebbe proteggerci solo al momento del tonfo, non prima non poi, solo nell’attimo in cui il rumore peggiore porta silenzio straziante.

Parole forti forse, parole crude può darsi, parole senza speranza, no mai, senza speranza mai, io non voglio speranza, io voglio solo una speranza diversa, io voglio (e non dico vorrei), io voglio una speranza che trasmigri nella realtà, che si concretizzi, io esigo una speranza che è certezza, certezza che non si debba piangere una morte per capire la latrina in cui naviga una società che sempre troppo spesso sento sbraitare “ancora co sti froci, ma un argomento in cui non se parli di froci trans e lesbiche?!”.
No io non ci sto a fare paragoni tra omosessuali e non, tra extracomunitari comunitari e non, io non ci sto a divulgare foto del corpo senza vita di un bimbo in riva al mare per capire che non si può morire così; una società che ha bisogno di immagini forti per capire la differenza tra il bene il male e ancora peggio l’indifferenza, è una società troppo distratta per immedesimarsi senza la bramosia della “notizia” mediaticizzata (termine inventato passatemelo ma se mi fermo a controllare il dizionario dei sinonimi perdo la linea del flusso).

Io so che i morti di Orlando erano persone, persone che manifestavano il sacrosanto diritto di essere quel che avevano voglia di essere in quel momento, in quella serata, in quel locale, io so che le loro vite valevano tutte allo stesso modo, sia che si trattasse di ragazzi che di mamme che di amici, io so che le loro esistenze stroncate valevano e soprattutto valgono tanto quanto i morti in Siria, Belgio, Parigi, Africa, Istambul e continuate nelle vostre coscienze la lista infinita, e io so che non è il quantitativo di morti a rendere una strage più “meritevole” di attenzioni rispetto ad altre, non lo è la localizzazione geografica e non lo è la religione né l’orientamento sessuale.

Però concedetemelo, io so anche che la strage di Orlando mi risuona nelle orecchie, perché è inutile fare morali bibliche, è normale che le tragedie che ci toccano più da vicino siano quelle che ci fanno più paura e di conseguenza tendiamo ad esporre all’attenzione altrui più di altre; ma non per una banale presunzione di essere migliori, se si può utilizzare la parola migliore in questi casi, solo per la sensazione del pericolo a due passi dalla tua di quotidianità.

Quindi concedetemi che da donna – o ragazza non importa – lesbica, ho avuto un senso di inadeguatezza verso un sistema che fa acqua da tutte le parti, un enorme ondata di tristezza e anche paura si può dire sì, paura per me i miei amici e la mia compagna, perché Orlando poteva essere benissimo Roma Milano Palermo o un piccolo paesino dell’alto Lazio.
Senso di nausea perché quella notte coronavo un giorno di festa, la festa della libertà di essere e di manifestare quel che si meglio crede.

Concedetemi che sono inc****ta nera, con chi vomita commenti inadeguati, con chi fa paragoni con altre tragedie e con chi scatta a caccia di video o audio di quella notte, con chi ricostruisce la forse omosessualità dell’assassino e con chi non capisce che se siamo arrivati al punto che non sappiamo più quale sia la posizione più giusta, che se siamo alla ricerca spasmodica di quella più politicamente corretta, forse vuol dire che siamo completamente, totalmente annebbiati da idee altrui, senza saper scindere poi il nostro pensiero dalle influenze della massa.

Quando ti rifiuti di aprire i commenti a post o status sulla strage di Orlando, perché sai già cosa troverai, allora forse vuol dire che è il caso di combattere il pregiudizio e l’ignoranza (e per ignoranza non intendo solo quella del colui o colei che non sa ma anche quella che nel mio paese è identificata come cafonaggine violenta) a colpi di realtà e non di post, di fronte ai quali anche se darai la risposta migliore del “mondo social”, una volta chiuso il pc o il cellulare non resta che uno schermo spento e battaglie che riprenderanno al prossimo sblocco di tastiera o alla prossima notifica.

Non dico di scendere in campo con i manganelli né di obbligare chi vi sta accanto a pensarla come voi, io dico solo che bisognerebbe parlare di più e scrivere di meno (detto da me dopo un sermone simile è il colmo ma le platee non fanno per me – io preferisco parlare con chi naviga nel mio androne quotidiano: amici parenti clienti in negozio pendolari sui mezzi puzzolenti di Roma – insomma a tutta quella gente che accenna commenti insipidi io cerco di dire la mia, con calma e convinzione, senza slogan né frasi ad effetto).

Share.

Leave A Reply