Oscar Wilde – La ballata del riscatto 4/6

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Oscar Wilde

Torna “La ballata del carcere di Reading“.
Siamo nel 1897 e Oscar Wilde sta per scrivere questa splendida composizione. E’ da poco uscito dal carcere ove era stato recluso per due anni (annessi lavori forzati) con la condanna di sodomia/omosessualità, a seguito delle accuse mosse proprio dal padre (nono marchese di Queensberry John Sholto Douglas) di quello che fu il suo compagno nel 1891 (Alfred Douglas).
In questo lamento poetico in prosa Wilde denuncia la crudeltà del carcere che si ripercuote inevitabilmente anche sulle famiglie dei detenuti. Il tema principale è la pena di morte cui si sfugge solo con la Sopravvivenza, unica speranza fatta di costrizioni e azioni ripetitive.

(…) Oppure egli si poneva a sedere con coloro che spiavano la sua angoscia di giorno e di notte; che lo sorvegliavano, quando s’alzava per piangere o quando s’inginocchiava a pregare; che lo spiavano per la paura che da sé medesimo si sottraesse al capestro.
Il Governatore era forte negli Articoli del Regolamento; il Medico diceva che la Morte non era che un fatto scientifico e due volte al giorno il Cappellano giungeva, lasciando un piccolo trattato.
E due volte al giorno egli fumava la sua pipa e beveva la sua tazza di birra; la sua anima era pronta e in nessun angolo avrebbe potuto insinuarsi la paura; spesso diceva ch’era contento del supplizio prossimo.
Ma per quale ragione egli dicesse una così strana cosa, nessun Guardiano osava di chiederglielo; perché colui che ha ricevuto dalla sorte il compito di custode deve sigillare le sue labbra e portare sul volto una maschera.
Altrimenti potrebbe commuoversi e che dovrebbe dunque fare la Pietà Umana chiusa nell’Antro degli Assassini? Quale parola di grazia in un tal luogo potrebbe confortare l’anima d’un fratello?
Con un’andatura pesante e cadenzata, intorno al cortile, noi formavamo la Parata dei Pazzi! Che importava a noi! Sapevamo d’essere la Brigata del Diavolo e le teste rase e i piedi di piombo facevano invero un’allegra mascherata.
A filo a filo laceravamo la corda incatramata con le nostre unghie logore e sanguinanti ; strofinavamo le porte e lavavamo i pavimenti, e forbivamo le lucide sbarre e, a gruppi, insaponavamo le intelaiature, urtando con frastuono le secchie.

Il carcere di Reading Oggi

Il carcere di Reading Oggi

Si cucivano i sacchi, si spezzavano le pietre, e si girava il trapano polveroso; si urtavano le carrette e si sbraitavano gl’inni e si sudava al mulino ; ma nel cuore d’ognuno il terrore era nascosto e tranquillo.
Tanto tranquillo esso era che ogni giorno si trascinava come un’onda carica d’àlighe; e noi dimenticavamo il crudo destino che attende la vittima e il birbante, sino a che, una volta, ritornando da una «corvée» passammo accanto ad una tomba aperta.
Con la bocca, spalancata la fossa giallastra sbadigliava nell’attesa del suo vivente pascolo; perfino il fango chiedeva del sangue al cortile d’asfalto e sapemmo che prima della bionda alba uno di noi penderebbe dal capestro.
Direttamente rientrammo, con l’anima assorta nell’idea della Morte, dello Spavento e del Destino; il carnefice passò, recando il suo piccolo sacco, con i piedi strascicanti nella tenebra e ciascun prigioniero tremava, entrando nella sua tomba numerata.
Quella notte i corridoi deserti furono ingombri di paurose immagini e dall’alto al basso della Città di Ferro s’indovinavano dei passi furtivi che non si potevano distinguere e attraverso le sbarre che nascondono le stelle, delle facce livide sembravano guardare con curiosità.
Egli riposava come qualcuno che dorme e sogna sulla dolce erba d’un prato; i custodi esaminavano il suo sonno e non riuscivano a spiegarsi come si possa dormire d’un sonno così quieto con il boia alla porta.
Ma non esiste sonno, quando è giunto il momento di piangere per coloro che non hanno mai versato delle lagrime: così noi – le vittime, i farabutti e i malfattori – interminabilmente vegliammo e attraverso ogni cervello, strisciando sulle sue mani di Dolore, filtrò la pena dell’altro.
Ahimé! E’ una spaventevole cosa il provare il delitto di un altro! Infatti, diritta all’anima, la spada del Male penetrava dentro di noi sino alla sua impugnatura avvelenata e come del piombo fuso furono le lagrime che spandemmo per il sangue che non avevamo versato.
I custodi con le loro calzature di feltro scivolavano dinanzi ad ogni porta sbarrata; osservavano e scorgevano, attraverso gli sportelli, con occhi di stupore e di paura, delle forme indistinte al suolo; e si domandavano perché mai s’inginocchiassero per pregare coloro che non avevano mai pregato.

Oscar Wilde e Alfred Douglas

Oscar Wilde e Alfred Douglas

Durante l’intera notte, inginocchiati noi pregammo, come dei folli che portano il lutto d’un cadavere. Le ali agitate di mezzanotte erano simili ai pennacchi d’un carro funebre e come un aceto di cui s’imbeve una spugna era il sapore del Rimorso.
Il gallo grigio cantò e cantò il gallo rosso, ma non si fece mai giorno: e delle forme stravolte di Terrore si accucciarono negli angoli dove noi stavamo; ed ogni spirito maligno che volteggia nella notte sembrava giocare con la nostra paura.
Scivolavano essi e passavano, scivolavano rapidi, come trascorrenti nella nebbia imitavano la luna in una serie di figure, di contorsioni delicate; e con delle movenze cerimoniose e delle grazie di odiosa smanceria i fantasmi arrivavano al loro convegno.
Li vedemmo passare, labili ombre, stretti per mano, con smorfie e con buffonate; intorno intorno con una ridda fantastica essi ballarono una sarabanda; e i dannati grotteschi disegnavano degli arabeschi come fa il vento sulla sabbia! (…)”

Resta collegato, la prossimamente il seguito della Ballata

articoli_50LEGGI LA PARTE 1/6 DE “LA BALLATA DEL CARCERE DI READING”

articoli_50LEGGI LA PARTE 2/6 DE “LA BALLATA DEL CARCERE DI READING”

articoli_50LEGGI LA PARTE 3/6 DE “LA BALLATA DEL CARCERE DI READING”

articoli_50LEGGI LA PARTE 5/6 DE “LA BALLATA DEL CARCERE DI READING”

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